eritrea asmara 19 giugno indipendenza
17 Ago

Asmara, 19 Giugno 2016

Ci sono le motociclette della polizia, con i fari accesi e i lampeggianti rossi, i piloti che poggiano a terra un piede per sorreggere il peso degli imponenti veicoli. Poco dietro di loro la banda, nelle uniformi verdi. Poi i ragazzi delle scuole, vestiti con tute azzurre e pronti a sorreggere e trasportare grandi croci di metallo sulle quali sono legati stretti dei fiori. Infine, un coro di bambini conclude la parata, che sta per cominciare.

L’attesa è rappresentata dal calare del sole e dallo scomparire del bagliore successivo al tramonto, che dona una luce unica ad Harnet Avenue, il viale centrale di Asmara, sulla cui grande curva sono assiepati tanti abitanti alla ricerca di un posto in prima fila lungo il marciapiede, all’altezza del vecchio edificio che era sede del governatorato italiano nella vergognosa epoca coloniale. Tanti fanno avanti e indietro, scambiandosi sottili candele di cera, anima della processione che avrà luogo di lì a poco.

Conclusosi l’imbrunire e calata definitivamente l’oscurità, infatti, la cerimonia ha inizio. I lampioni lungo la strada rimangono bui, rombano i motori delle motociclette che prendono ad avanzare, e la banda marcia intonando ritmi militareschi. Viene poi il lento passaggio dei ragazzi che sorreggono in spalla le croci infiorate, e infine il canto bianco dei più piccoli. Dopo di loro, la gente abbandona il proprio posto ai bordi della strada e inonda l’asfalto, accendendo gli esili lumi, tentando di proteggere le fiammelle dagli aliti di vento della notte asmarina, che nonostante l’estate non è particolarmente calda e, data l’altitudine, il vento si fa sentire anche fra i palazzi della via principale della città.

E’ la sera del 19 giugno, e come ogni anno nella notte che precede il giorno venti, vengono celebrati i martiri per l’indipendenza del Paese, ottenuta venticinque anni fa. Decine di migliaia di persone avevano partecipato alle celebrazioni del 24 maggio, giorno dell’indipendenza, e tantissimi sono nelle strade anche nella festa che rimane, nelle parole di un uomo con cui ho avuto modo di parlare, “la più cara” nonostante le difficoltà del Paese.

Quando la processione raggiunge la Cattedrale di San Francesco, più o meno a metà strada tra Harnet Avenue e la piazza dove si concluderà la manifestazione, una forte luce illumina le tante persone che sono assiepate sull’ordine di gradini ai piedi dell’ingresso dell’edificio religioso, e il fiume umano fa ancora più impressione.

Per celebrare il venticinquesimo anniversario della liberazione dal giogo etiope il governo eritreo ha scelto la formula “un quarto di secolo di resilienza e sviluppo”. Resilienza è una parola quanto mai azzeccata, forse la parola più adatta al contesto di questo strano paese, quello che contiene, come recita lo spot del ministero del turismo, “tre stagioni in due ore”.

La stessa resilienza che ha permesso alla popolazione di sopravvivere all’occupazione egiziana, italiana, inglese, etiope, alle problematiche di una nazione neonata, alle turbolenze conseguenti il conflitto di fine millennio con Addis Abeba, si ritrova oggi nelle strade e nelle case di tutta l’Eritrea.

Si trova nelle foto di una famiglia nonostante tutto orgogliosa di fotografarsi di fronte a un grande murales celebrativo della lotta per l’indipendenza a Keren, nella fiera voglia di fare di un capovillaggio pronto a intestardirsi in mille ostacoli burocratici perché la sua gente possa avere accesso all’acqua, nel gioviale sorriso del chirurgo che continua a lavorare nonostante i propri guai e spera di poter trovare un aiuto per essere a sua volta operato ad una gamba, nelle espressioni vivaci che si dipingono su volti solcati dai segni di una vita difficile quando ci ritroviamo per bere un caffè alla maniera tradizionale di Asmara, quando ci troviamo per parlare di come riuscire ad aiutarsi, tutti insieme.

La stessa resilienza che spinge ragazzi, uomini e bambini a ostinarsi a non far spegnere la fiamma della candela che si inclina, si scioglie e si spezza, mentre insieme a tanti altri fluiscono lungo la strada più ampia della loro città.

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